00 2/21/2016 9:57 PM
LE LISTE EPISCOPALI
FRA STORIA E MITO...
di Francesco Arduini


Il teologo può indulgere al gradevole compito di descrivere la religione così come discese dal Cielo in tutta la sua nativa purezza. Allo storico si impone un dovere più malinconico. Egli deve scoprire l’inevitabile mescolanza di errori e corruzione che le si accompagnò nella sua lunga permanenza sulla terra, in mezzo a una razza di uomini debole e degenarata”.

Così si espresse lo storico Edwar Gibbon, e mai parole furono più appropriate di queste nel trattare il tema delle “liste episcopali” e della ininterrotta “successione dei vescovi” proclamata dalle maggiori Chiese della cristianità.

La Parola di Dio, affidata da Cristo agli apostoli, sarebbe da questi ultimi stata trasmessa ai loro successori in modo da garantirne la fedele conservazione fino ai giorni nostri. Come recita il Denzingher, le liste episcopali testimonierebbero le ininterrotte successioni vescovili a garanzia di un integro ed inalterato depositum fidei:

"Fra i vari ministeri che vengono esercitati nella chiesa fin dai primi tempi, la tradizione assegna il posto principale all'ufficio di coloro che sono costituiti nell'episcopato e che, per successione che decorre dalle origini, possiedono i tralci della radice apostolica" (DH 4144).

"Gli apostoli poi, affinché l'evangelo si conservasse sempre integro e vivo nella chiesa, lasciarono come successori i vescovi, ad essi 'affidando il loro proprio posto di maestri'" (DH 4208).

Lo storico, che non può sottrarsi al suo “malinconico dovere”, ha però il compito di verificare queste affermazioni autoreferenziali, che il più delle volte sono proclamate come apodottiche verità teologiche.


Esamineremo quindi la lista episcopale di Roma e la lista episcopale di Gerusalemme, consci che “il processo di formazione di queste liste presenta caratteristiche e finalità del tutto simili a quelle che determinarono la stesura dei cataloghi di altre sedi episcopali: l’approntamento di una ‘memoria’ che dimostrasse una tradizione ininterrotta”. (Rinaldi, pag. 481).

La Lista dei Vescovi Romani:

1) Pietro
2) Lino
3) Cleto/Anacleto
4) Clemente I
5) Evaristo
6) Alessandro I
7) Sisto I
8) Telesforo
9) Igino
10) Pio I
11) Aniceto
12) Sotero
13) Eleuterio
14) Vittore I
15) Zefirino



L'elenco dei vescovi romani dell'età antica (le cui liste risalgono, con ogni probabilità, a non prima della seconda metà del II secolo) ci è giunto attraverso tre testimoni:

Ireneo (AH 3,3,2-3),

Eusebio (HE 5,6,1-4) nel quale confluì Esegippo,

e il Catalogo Liberiano.

Anche il Liber Pontificalis é di grande importanza ma sembra che la sua prima redazione risalga al VI secolo e, alla pari del Catalogo Liberiano che evidentemente ne costituisce la base, le informazioni che riporta hanno scarso valore storico; esse iniziano a essere di qualche utilità soltanto per il periodo che va da Atanasio II (496-498) in poi. (cfr Rinaldi, pag. 485)

Entrando nel merito della lista, notiamo subito che Ireneo esordisce con un'affermazione che ha dell'incredibile.

Egli scrive: “Ma poiché sarebbe troppo lungo enumerare in un volume come questo le successioni di tutte le chiese, ci limiteremo alla chiesa più grande e antica, a tutti nota, fondata e costituita in Roma dai gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo […] I beati Apostoli, che fondarono la Chiesa romana ne trasmisero il governo episcopale a Lino” (AH 3,3,2-3).


Tralasciando quella che per gli storici è una “pia leggenda”, cioè la fondazione della chiesa romana da parte di Pietro (cfr Rinaldi pag. 481), stupisce notare come Ireneo parli di Paolo definendolo co-fondatore.

E' impensabile supporre che Ireneo non conoscesse la lettera ai Romani, scritta da Paolo evidentemente prima del suo viaggio che lo portò a Roma.

E' chiaro che lo scopo primario del nostro narratore ha natura strettamente apologetica, piuttosto che storica, e va letto sullo “sfondo di tutti quei tentativi posti in essere dalle principali chiese di quest’epoca al fine di collegare le loro origini all’operato diretto di esponenti del primitivo collegio apostolico” (ibidem).

Ireneo, del resto, non è nuovo alla manipolazione dei dati già acquisiti al suo tempo. Basta menzionare come, per contrastare la valenza che l’insegnamento gnostico sugli Eoni attribuiva al numero 30, egli cerchi di convincere i suoi lettori che Gesù sia morto a 50 anni (!) (AH 2,22,5-6).

Ireneo sostenne che a Pietro seguì Lino, poi Anacleto e poi ancora Clemente.

Ma Tertulliano, alla fine del II secolo, dichiara che la chiesa di Roma riconosceva Clemente come successore di Pietro, e non Lino (De Praescriptiones, XXXII) e anche Girolamo affermava che ai suoi tempi la maggior parte dei latini “era convinta che Clemente fosse l'immediato successore dell'Apostolo” (De viris illustribus, XV).

Ippolito invece, pur professandosi discepolo di Ireneo, si “allontanò” sia dal suo maestro che da Tertulliano, e sostenne che la corretta successione era: Pietro, Lino, Clemente, Cleto.

Ma come si possono giustificare simili incroguenze?


Il problema nacque evidentemente da un'affermazione di Ireneo secondo la quale Clemente "vide gli Apostoli benedetti e conversò con loro".

Per alcuni apologeti, ciò creava un problema. Credere che Clemente, il quarto (o addirittura il quinto) nella successione episcopale potesse essere stato contemporaneo degli apostoli, sembrava loro inverosimile.

Così Clemente venne spostato ad una posizione precedente, quella dov'era il "primo Cleto" al fine di conciliare la sua successione con le informazioni secondo cui conobbe gli apostoli. La disinvoltura con la quale alcuni nomi vengono spostati, induce lo storico ad avvalersi con la massima cautela di questi elenchi.

Ma la questione che sembra porre tutto l'argomento sotto il livello minimo di credibilità storica, è quella dell'episcopato monarchico. Pare infatti certo che l’episcopato monarchico sia rimasto estraneo alla cristianità romana, almeno per tutta la prima metà del II secolo. I documenti storici attestano l’equivalenza antica tra presbitero e vescovo e, in ogni caso, parlano di una pluralità di vescovi.

Non solo a Roma non vi era alcun episcopato monarchico, ma la stessa comunità ecclesiale difese, contro i corinzi (I CL. 40,1-15,8), un ordinamento ecclesiastico di tipo collegiale, sinagogale, di stampo giudeo-cristiano, quale originale direttiva apostolica (cfr Vouga, pag. 215).

Lo stesso Ignazio di Antiochia, favorevole alla corrente monarchico-episcopale, scrivendo all’inizio del II secolo la sua lettera alla comunità romana, non menziona mai un vescovo. Nessun singolo individuo avrebbe quindi ereditato il “governo episcopale” di cui parla Ireneo.





(segue seconda e ultima parte.......)