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Pop rock anni '70 (e/o rock progressivo anni '70)

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    anto_netti
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    00 2/11/2021 7:12 PM
    Re: Re:
    west4, 11/02/2021 12:43:



    Le Orme, PFM, and Banco hanno suonato anni fa in America in un festival di musica prog. Qua c'e il video quasi intero delle Orme. Non ci sono video della PFM e Banco. Altri gruppi italiani che hanno partecipato all stesso festival sono Il Balletto di Bronzo, Metamorfosi e alcuni gruppi del dopo 2000.

    www.youtube.com/watch?v=D7KvicTsdGY

    www.youtube.com/results?search_query=le+orme+live+in+pennsylvania++l+eq...

    www.youtube.com/results?search_query=le+orme+live+in+pennsylvania++ritorno+...




    Grazie per questi video. A conferma che molti di questi gruppi anni 70' sono ancora attivi.

    Ciao
    anto_netti
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    anto_netti
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    00 2/11/2021 7:27 PM
    Le Orme

    Uno dei tanti successi delle Orme.

    Felona e Sorona



    Ciao
    anto_netti
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    anto_netti
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    00 2/12/2021 6:01 PM
    I pooh

    L'intero album di Parsifal.



    Ciao
    anto_netti
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    anto_netti
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    00 2/17/2021 10:38 AM
    New Trolls

    Uno dei primi successi prog dei New Trolls.

    La prima goccia bagna il viso.



    Ciao
    anto_netti
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    jwfelix
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    00 2/17/2021 1:16 PM
    Pezzo bellissimo ma anche tutto l'album
    Un gruppo di Torino

    Batterista eccezionale

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    jwfelix
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    TdG
    00 2/17/2021 1:17 PM
    Qui tutto l'album

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    anto_netti
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    00 3/30/2021 6:03 PM
    Pooh

    Continuiamo con i Pooh. Anche se nella scena prog, non sono stati molto attivi, hanno avuto il loro periodo di sperimentazione. E hanno il pregio di essere una delle band più longeve. Senza interruzioni. E aver prodotto nel campo del pop - rock commerciale tantissime canzoni di gran successo.

    “Parsifal”, l’album più prog dei Pooh

    11 Nov 2020

    Avventurarsi nella storia dei Pooh significa farlo nella storia di cinquant’anni di musica italiana, passando dalle cantine beat di metà anni Sessanta agli aneliti del rock progressivo, dai suoni artificiosi degli anni ’80 fino alle scorribande sanremesi, per arrivare purtroppo alla prematura scomparsa di Stefano D’Orazio, storico batterista della band. (leggi l'articolo)


    Noi ci limitiamo quindi a ripercorrere la loro pagina più complessa e autoriale, che prende il nome di “Parsifal”, e ha fatto nascere infinite discussioni tra gli amanti del rock progressivo più ortodosso e i fan dello storico complesso; i primi faticano ad annoverare il disco nel genere, per una serie di motivi spesso più ideologici che non musicali, i secondi che lo affiancano invece ai capolavori di quella florida stagione.

    Nel 1973 i Pooh si erano già stabilizzati nella loro formazione più longeva: Roby Facchinetti alle tastiere, Dodi Battaglia alla chitarra, Red Canzian al basso e Stefano D’Orazio alla batteria; come canonico per molte band del post Beatles, tutti e quattro erano bravi cantanti, in grado di alternarsi alle parti soliste e all’occasione armonizzare in cori di buona qualità.

    Può forse stupire, però, il fatto che nessuno dei quattro facesse parte della formazione originale, nata nei primi anni Sessanta a Bologna col nome di Jaguars, dall’incontro di Valerio Negrini, batterista, e Mauro Bertoli, chitarrista autodidatta; a completare il primo organico c’erano il cantante Vittorio Costa, Giancarlo Cantelli al basso e il tastierista Bruno Barraco. Il primo contratto con la Vedette, rimasta orfana dell’Equipe 84, prelude a una serie di cambiamenti: entrano in formazione Roby Facchinetti alle tastiere e Riccardo Fogli al basso.

    Inoltre, scoperta l’esistenza di una band precedente che sfoggia lo stesso moniker, i ragazzi cambiano la ragione sociale in Pooh, forse in onore alla passione per Winnie the Pooh di Aliki Andris, segretaria di Armando Sciascia, patron della Vedette.

    Così assestati, nel 1966 i Pooh esordiscono con “Per quelli come noi”, il loro primo album. La band inizia così la sua carriera discografica, che prosegue dapprincipio tra alti e bassi; l’album “Contrasto”, che contiene l’omonimo pezzo strumentale, prototipo di “Parsifal”, viene pubblicato senza il consenso del gruppo e porta alla separazione dalla Vedette. L’immediato ritiro dal mercato ne fa un pezzo ricercatissimo dai collezionisti, con quotazioni prossime ai duemila euro.

    Negrini, nonostante i primi successi, preferisce abbandonare per rimanere solo come compositore, sostituito da Stefano D’Orazio, mentre Riccardo Fogli lascia poco dopo, tentato dalle sirene della carriera solista e non senza qualche polemica; al suo posto viene ingaggiato – alla vigilia di “Parsifal” – Red Canzian: nasce la formazione che calcherà i palchi per oltre quarant’anni.

    La musica dei Pooh, al contrario dei canoni del rock progressivo, non ha in sé alcun elemento di conflittualità, né di avanguardia, venendo classificato dai puristi come pop melodico da classifica, tuttavia i musicisti sono universalmente riconosciuti come strumentisti di primordine. Facchinetti è abile nella composizione, ha un timbro vocale molto riconoscibile ed è un ottimo tastierista, anche quando è alle prese con sintetizzatori e Moog; Battaglia è a tutt’oggi riconosciuto come uno dei migliori chitarristi italiani, famoso nel mondo tanto che la Fender gli ha dedicato una speciale Stratocaster signature che porta il suo nome; il suo tocco fluido lo ha fatto paragonare a David Gilmour e la sua versatilità gli ha sempre permesso di passare in scioltezza dal rock al pop, fino alla fusion.

    Canzian e D’Orazio, invece, arrivano proprio dal prog.

    Il buon Red era infatti il chitarrista e il cervello dei Capsicum Red, discreta band prog con all’attivo l’album “Appunti per un’idea fissa”; reclutato dai Pooh si adatta a suonare il basso, tanto da farne lo strumento della sua vita musicale. D’Orazio è forse il meno tecnico come strumentista, ma proviene comunque da Il Punto, estemporanea band prog titolare di un solo album.

    Quando, nel 1973, i Pooh danno alle stampe “Parsifal”, sono al loro sesto album e vogliono forse staccarsi di dosso l’etichetta di band melodica con un pubblico disimpegnato politicamente, quando non di adolescenti pronti a strepitare ai loro concerti.

    “Parsifal” si presenta da subito come un lavoro che vuole fare da spartiacque tra la prima parte di carriera e la maturazione; per quanto non manchino gli episodi fortemente melodici e alcuni testi d’amore estremamente tradizionali, emerge senza dubbio una maggiore omogeneità di fondo di tutta la tracklist. La produzione è di Giancarlo Lucariello, che fa le cose in grande, affiancando ai quattro ragazzi la maestosa orchestra di quaranta elementi diretta dal Maestro Giancarlo Monaldi; il disco viene inciso presso gli storici studi di registrazione Idea Recording, nel quartiere Città di Studi di Milano, in via Moretto da Brescia: il meglio, all’epoca.

    La copertina è ricavata da una locandina originale dell’opera “Parsifal” di Wagner tenuta al teatro La Scala, così come i costumi che Dodi, Roby, Red e Stefano sfoggiano nella foto del retrocopertina.

    Le atmosfere musicali occhieggiano al coevo prog, ma soprattutto al rock sinfonico di band come Moody Blues e Procol Harum; il paragone coi Genesis è invece più stiracchiato.

    Le nove canzoni si dividono in otto pezzi di pop sinfonico, raffinato ma piuttosto tradizionale, dove emergono per durata “Infiniti Noi” e l’iniziale “L’anno, il posto, l’ora”, e la suite che dà il titolo al lavoro, un’articolata composizione sinfonica di circa dieci minuti.

    “Parsifal” si apre con “L’anno, il posto, l’ora” e ci si trova subito immersi in un clima più maturo; il testo narra gli ultimi minuti di vita di un pilota mentre il suo velivolo sta precipitando. Su un bordone di sintetizzatore si staglia presto un delicato arpeggio di chitarra, poi Battaglia, Facchinetti e Canzian si dividono le strofe con i lori caratteristici timbri per arrivare al ritornello cantato in coro; le atmosfere cambiano e – sulle liriche che rievocano un bozzetto familiare – si fanno più sognanti, con l’orchestrazione sullo sfondo. Il brano riprende poi la struttura iniziale e si conclude in crescendo: un pezzo distante dal prog, ma dove è racchiusa la summa dei migliori Pooh, a base di romanticismo, melodie cristalline e perfetta pertinenza strumentale.

    Si prosegue con “Solo cari ricordi”, pezzo ad alto rischio glicemico per un testo che narra in modo piuttosto canonico di un amore finito e di una melodia che riesce quasi miracolosamente a rimanere in equilibrio tra orecchiabilità e capacità di non stancare. Il pezzo si contraddistingue nel finale con un assolo al fulmicotone di Battaglia: se a qualcuno non fosse chiara la grande statura musicale del chitarrista, la sua parte in questo brano è esemplare. Peccato che l’assolo vada presto sfumando.

    “Io e te per altri giorni” è di nuovo un episodio in perfetto stile Pooh, melodia fin troppo facile, testo romantico e perfetta esecuzione strumentale; di nuovo in grande evidenza il bell’arrangiamento sinfonico. Le successive “La Locanda” e “Lei e lei” scorrono via senza lasciare particolari impressioni, portando con pochi scossoni allo scollinamento del vinile.

    La seconda parte si apre con “Come si fa”, leggermente più sostenuta e sempre sorretta dalla tipica melodia a marchio Pooh. “Infiniti Noi” è uno dei due singoli dell’album, una ballata d’amore retta all’inizio solo su piano e voce, per poi fare spazio alla parte più sinfonica; l’epica melodia pare anticipare col suo crescendo la celebre “Uomini Soli”.
    La parte centrale è a totale appannaggio dell’orchestra, mentre nel finale entrano anche la batteria e gli altri strumenti.


    “Dialoghi” non aggiunge nulla di particolare e spiana la strada al climax del disco, quella “Parsifal” che segna forse la vetta più alta del canzoniere dei Pooh.

    Il brano che dà il nome all’album è una suite divisa in due movimenti, il primo cantato e il secondo strumentale che, pur non rispondendo completamente alle tipiche strutture del progressive, può esservi annoverato a buon diritto. Le liriche epiche narrano di Parsifal, l’eroe dell’omonima opera wagneriana e la musica segue di pari passo la vicenda.

    L’avvio è delicato, con la voce che si staglia sul pianoforte, con una linea melodica che ricorda, in versione soft, la bellissima “Cemento armato” de Le Orme, per poi lasciare il passo all’ingresso della batteria e degli altri strumenti dopo un minuto e mezzo.
    Attorno ai due minuti parte il primo assolo di chitarra, una trentina di secondi che introducono un’altra parte cantata, basata su una nuova melodia. Una breve parte di chitarra lascia spazio al momento orchestrale, dai toni epici e quasi morriconiani.

    Il pianoforte di Facchinetti porta il brano nell’ultima fase, dove viene ripresa la melodia di “Contrasto”, pezzo del controverso album di qualche anno prima, rivista in chiave sinfonica fino all’esplosione dell’ultimo assolo di Battaglia; è forse l’assolo per eccellenza di Dodi, con un suono saturo ma pulito e linee melodiche che ricordano il Santana più espressivo e certe cavalcate che saranno tipiche di Gary Moore. La giusta celebrazione di un grande musicista che conduce in porto il pezzo più ambizioso della sua band, dando fondo a tutto il suo repertorio.

    “Parsifal” ottiene il successo di pubblico, ma viene snobbato dal movimento prog e dalla controcultura, che continua a ostentare indifferenza verso un gruppo che viene ritenuto lontano dalle idee avanguardistiche professate. I Pooh ci riproveranno col successivo “Un po’ del nostro tempo migliore”, album ancora più classicheggiante che ripropone una lunga suite in chiusura; secondo alcuni è qualitativamente superiore anche a “Parsifal”, di certo non ne raggiunte lo status di cult nella discografia.

    Ma dopo il ’75 il prog è ormai ai titoli di coda e i Pooh tornano a quello che sanno fare meglio, il pop da classifica che li vedrà protagonisti, tra alti e bassi qualitativi ma sempre con successo, fino ai giorni nostri.
    Le ultime cartucce sperimentali le sparano nel singolo del 1978 “Fantastic Fly/Odissey”, commissionato dalla Rai come colonna sonora della miniserie “Racconti fantastici”, ispirata a Edgar Allan Poe; sono i tempi delle OST dei Goblin per Dario Argento, quelle di “Profondo Rosso” e “Suspiria”, e i Pooh si divertono a suonare cupi e gotici quanto basta, con risultati ottimi.

    Ma è poco più di un divertissement, e da allora la band tornerà nei canoni del proprio genere, con irripetibile successo.

    Andrea La Rovere – Onda Musicale

    www.ondamusicale.it/oggi-in-primo-piano/22295-parsifal-l-album-piu-prog-d...

    Ciao
    anto_netti
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    anto_netti
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    00 3/30/2021 6:33 PM
    Pooh

    I Pooh, riprovano ancora a con il prog, con "Un po' del nostro tempo migliore". Album che da molti viene ritenuto ancora più prog di "Parsifal". Ma per i puristi del prog "Parsifal" non viene ritenuta un'opera prog, tanto meno "Un po' del nostro tempo migliore".

    I Pooh nel loro tempo migliore: un viaggio tra rock sinfonico e progressivo

    16 Feb 2021

    “Erano anni in cui il nostro mestiere era tutto da inventare, non c’erano punti di riferimento e anche le attrezzature si evolvevano per sperimentazione.” afferma Stefano D’Orazio commentando l’album.

    Un po’ del nostro tempo migliore si presenta come un LP troppo difficile per il pubblico dei Pooh, abituato a canzoni pop di rapida presa. Gli arrangiamenti complessi portano ad una strumentazione tipica del Rock Progressivo, affidata a Roby Facchinetti, che arricchisce il proprio “angolo tastiere” con mellotron, clavinet, minimoog, clavicembalo e celesta. L’utilizzo massiccio dell’orchestra, di lunghi pezzi strumentali non favorisce certamente il passaggio radiofonico, che riguarderà solo Mediterraneo e Eleonora, mia madre in versione ridotta. Ma quando i Pooh avevano deciso di capovolgere quei capisaldi che li avevano resi ricchi e famosi, sapevano perfettamente fosse una grande sfida, ma densa di singolare valore musicale. Infatti da molti è considerato l’apice del rock sinfonico. Forse è la musica che le nuove generazioni non conoscono, ma contemporaneamente è motivo d’orgoglio dei veri intenditori, coloro che sanno perfettamente che i Pooh non sono “solo quelli di Piccola Katy.”

    L’album si apre sulle note di Preludio esattamente come i preludi delle grandi opere liriche, proprio a sottolineare il diverso spessore associato a una nuova maturità artistica. L’influsso di Puccini è evidente per Facchinetti attraverso le note del flauto adagiate su archi gentili che colorano il brano e la melodia che bene esprime l’essenza della cultura italiana. Provate a immaginarla accompagnata dalle immagini dei sogni che vorreste realizzare e sono nel cassetto ormai da tempo, un po’ sbiaditi…

    Non è forse la colonna sonora perfetta? La quintessenza della band appare perfettamente in Credo, brano denso di dolce sollievo, leggerezza ma dotato di notevole forza espressiva. “

    È cantando questo pezzo che ho iniziato a sentirmi davvero un cantante. Fino a quel momento, un po’ per timidezza, un po’ perché in effetti ritenevo più gratificante suonare il piano o le tastiere, davo scarso rilievo alla voce. Da quel momento in poi invece ho cominciato a ritenere questo “strumento” importante quanto una chitarra o un pianoforte.“ si confida Roby.

    Una storia che fa ridere si apre con un cantato di Battaglia accompagnato solo dall’eco della sua voce. Evoca da subito un’atmosfera molto intima e riflessiva: descrive infatti la fine di un rapporto tra due uomini a causa della donna che si innamora del migliore amico di lui. Colpo di scena nel riscatto finale “Via di qui / per favore, via / aprirò / le finestre e poi/se mi viene / io ne riderò”.

    Poi, all’improvviso, uno dei momenti salienti dell’album: Oceano.

    È lo sguardo dell’uomo verso l’immensità: un uomo solitario che naviga lontano da casa e assapora il significato autentico della vastità del mare e dei suoi orizzonti infiniti. Il clavicembalo appare per la prima volta regalando un’essenza di libertà. Le voci intense di Facchinetti e Battaglia distese su commoventi melodie classicheggianti dispiegano stati d’animo mutevoli, tra sorprendenti un tempo dal retrogusto lirico e straordinari virtuosismi di Dodi Battaglia. Sognante l’arpeggio completamente acustico dal sapore ricercato di Fantasia, in cui l’allegra e leggera melodia fa da sottofondo ad un testo amarissimo: racconta di una ragazza che cerca di evadere nei suoi sogni. Poi però apre gli occhi e riscopre la sua triste realtà.

    Il lato B dell’LP inizia con Mediterraneo, un altro strumentale dal profumo d’origano in cui il tema viene reiterato all’infinito – ricordando il tipico stile barocco. Si susseguono vari strumenti: lo xilofono di D’Orazio, mentre Dodi Battaglia suona una chitarra acustica 12-corde, la steel guitar e il mandolino.

    È nato come brano strumentale composto da me e Roby” racconta Dodi “Per comporre la prima parte usai la prima dodici corde che mi sono comprato. Quando scoppiò il successo di Tanta voglia di lei, la nostra casa discografica guadagnò tanti soldi che decise di farci un regalo: ci dissero di andare in un negozio di strumenti musicali e di comprarcene uno a testa. Quella che acquistai, poi l’avrei utilizzata per incidere Pensiero e Mediterraneo. In quel periodo imperversava la musica strumentale di Mike Oldfield e Mediterraneo è figlia di Tubular Bells: con i suoi crescendo, ritengo che sia un pezzo pregevole.”

    Il tutto egregiamente accompagnato e supportato dall’Orchestra Sinfonica della RAI di Milano composta da 44 elementi. Fu proprio la Rai nel 1975 a commissionare lo special – omonimo dell’album – girato tra Sperlonga e Roma sotto la regia di Carlo Tuzii e la sceneggiatura di Carla Vistarini. Eleonora mia madre è un ritratto del decadentismo dal gusto retrò che oltre a stregare tutti i componenti del gruppo compreso il produttore Lucariello, probabilmente sarebbe piaciuto anche ai grandi della fine del XIX secolo – Oscar Wilde per esempio.

    “Memoria di tempi tranquilli e sprecati, colati fra le dita come uova per fare la torta, pettinati lentamente su spiagge di secchielli e fotoromanzi, ripiegati negli armadi stagione per stagione, sempre più in fondo” per utilizzare le parole di Valerio Negrini, che stavolta non è paroliere. Infatti, è il primo testo prodotto dal batterista Stefano D’Orazio.

    Stefano ha scritto davvero un testo straordinario: dopo averlo letto, capii che poteva diventare importante per noi come autore, una validissima alternativa a Valerio” racconta in un intervista Roby Facchinetti. Il brano narra di una ragazza madre che pur di avere suo figlio rinuncia sia alla giovinezza che alla sua vita, scegliendo di crescerlo da sola e dedicandogli tutta se stessa. Stupendo l’interscambio della ballata triste e classica con la parte cantata, che risulta quasi ossessivo ma allo stesso tempo delicato. Non sembra anche a voi di vedere Eleonora che apre un vecchio baule in soffitta e tirando fuori un abito sgualcito di quando era giovane fa cadere un carillon che si apre e inizia a suonare? Dolcemente, con l’abito appoggiato addosso, comincia a oscillare cullata dalle nostalgiche note del valzer che si fanno sempre più veloci e intense, in sintonia con i suoi movimenti. La musica sfuma pian piano e quando finisce, lei si ferma di colpo: guardandosi allo specchio riesce a mettere a fuoco soltanto le sue rughe.

    L’ottava traccia, 1966, allude senz’altro all’esordio discografico del gruppo. Qui ritroviamo il clavicembalo in un solo verso la fine del brano, che si inserisce perfettamente nella cornice degli altri strumenti, come il moog o il mellotron e sublimi assoli di chitarra. Fermi alla stazione, attendiamo l’Orient Express per andare lontano, fino all’Asia, perché “C’è in quella terra una luce in più” che illuminerà dolcemente i nostri sogni romantici ad occhi aperti. Per rimanere in tema onirico, a conclusione dell’album la sorprendente suite Il tempo, una donna, la città.

    Quando lessi per la prima volta il testo scritto da Valerio, gli domandai se era impazzito: per me erano parole assolutamente incomprensibili. Lui mi spiegò che era il racconto di un sogno. Questa è la suite più lunga e complessa che io abbia mai scritto, ci sono ben 9 temi diversi e racchiude tutte le sfaccettature dei Pooh: strumentali, acustiche, corali, vocali, sinfoniche. Per me ogni volta che nasce una canzone è come se si compisse un piccolo miracolo. Tutto parte dall’istintività, poi piano piano si materializza qualcosa” racconta Facchinetti che supera se stesso per la composizione sublime.

    Continue variazioni stilistiche e strumentali si alternano tra momenti acustici profondamente intimi, imponenti melodie leggendarie e la massima espressività della chitarra elettrica quando su0na le stesse note cantate da Red Canzian. Così, i dieci minuti scorrono velocissimi trasportandoci nell’incanto del sogno raccontato. Le note creano una connessione con un tempo surreale in cui Negrini incontra la madre, in un crescendo di atmosfere e di attese nasce la speranza di incontrarla di nuovo, magari un domani. Un brano epico cantato a tre voci in cui il testo enigmatico è pura poesia e ricorda la potenza espressiva della suite dell’album precedente, Parsifal.

    La chiusura finale lascia aperte infinite ipotesi legate al tempo del risveglionello spazio della coda strumentale di oltre due minuti, in cui un coro si unisce all’ensemble orchestrale

    L’aria si chiude al silenzio e poi / S’alza la polvere intorno a noi / Io chiudo gli occhi li riapro e…”

    Maria Laura Toncli

    www.ondamusicale.it/oggi-in-primo-piano/45089-i-pooh-nel-loro-tempo-migliore-un-viaggio-tra-rock-sinfonico-e-prog...

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    anto_netti
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    anto_netti
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    00 3/30/2021 6:57 PM
    Pooh

    Un po' del nostro tempo migliore



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    anto_netti
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